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Rientro dopo un infortunio: cosa dicono gli studi su criteri, carico e prima partita

6 minuti di lettura

Quando far tornare in gruppo un giocatore infortunato? Tre fonti 2024-2026 su criteri di rientro, ricadute, carico progressivo e comunicazione tra staff medico e allenatore, con indicazioni per la prossima seduta.

Il rientro dopo un infortunio non si decide guardando il calendario. Secondo le revisioni più recenti, un giocatore dovrebbe tornare in gruppo quando supera una combinazione di criteri (clinici, di forza e sul campo), e non solo perché il dolore è sparito. La prima partita dopo il rientro resta il momento più delicato: va preparata con una progressione di sedute, non con un "ora sta bene, gioca".

Questo articolo mette insieme tre fonti recenti e traduce quello che dicono in scelte pratiche per chi prepara la settimana. La decisione clinica spetta allo staff medico. All'allenatore spetta il resto: come si costruisce il percorso in campo e come si comunica durante.

Perché il rientro conta così tanto

Le ricadute non sono rare. Una revisione narrativa pubblicata a gennaio 2026 sull'*International Journal of Sports Science & Coaching* (Dixon, Alexander e Harper) riporta che le reinfortuni pesano tra il 6,1% e il 18,8% di tutti gli infortuni nel calcio professionistico maschile. I tassi di recidiva citati cambiano molto da zona a zona: tra il 12% e il 43% per gli ischiocrurali, tra il 31% e il 50% per l'inguine, circa il 17% per le distorsioni laterali di caviglia.

Gli autori suggeriscono che una parte di queste ricadute dipenda da una riabilitazione incompleta o da un rientro troppo rapido. Lo dicono con cautela: molti dei modelli in uso poggiano su opinioni di esperti e su casi singoli, non su esperimenti.

Quali criteri usano gli staff

Una scoping review di Perna, Kerin, Greig e Beato, uscita su *Research in Sports Medicine* a fine 2024, ha raccolto 19 studi sui criteri di rientro dopo uno strappo agli ischiocrurali nel calcio professionistico. I criteri si dividono in tre gruppi: clinici, di forza e di prestazione.

I più frequenti sono i test di forza (9 studi), l'assenza di dolore (7), la preparazione psicologica (7) e i criteri di prestazione (6). Gli autori consigliano di usare una batteria di criteri insieme, e di coinvolgere più figure: medico, fisioterapista, psicologo, radiologo quando serve.

Tre limiti vanno detti chiaramente. Non esistono strumenti validati per misurare la preparazione psicologica dopo questo infortunio. La validità dei singoli test non è stata verificata. E le prove sono poche: tra gli studi inclusi c'è un solo trial randomizzato.

Un preprint di marzo 2025 (Kekelekis, Perna e Beato), non ancora sottoposto a revisione tra pari, arriva a conclusioni simili per i problemi all'anca e all'inguine. Su otto studi, sette usavano l'assenza di dolore come criterio e sei prevedevano prove sul campo: esercizi specifici senza dolore, test di sprint e agilità, allenamento con la squadra. Anche qui il consiglio è di combinare criteri clinici, funzionali e sul campo, con il contributo dello staff tecnico. La maggior parte degli studi inclusi era però di livello basso, tra casi clinici e studi osservazionali.

Le fasi del rientro in gruppo

La revisione di Dixon e colleghi distingue il ritorno all'allenamento, il ritorno alla partita e il ritorno alla prestazione, cioè a un livello pari o superiore a quello pre-infortunio. Il ritorno all'allenamento è diviso a sua volta in cinque passaggi: partecipazione parziale alla squadra, partecipazione con la squadra, allenamento senza contatto con modifiche, allenamento con contatto e con modifiche, integrazione completa.

Per chi allena, questa scala è utile perché dà un nome a passaggi che spesso si gestiscono a occhio. Segnare a ogni seduta in quale fase si trova il giocatore aiuta a non saltarne nessuna.

Sul campo, le revisioni citano criteri che si possono adattare anche a un contesto senza GPS: la capacità di sprint massimale, esercizi di decelerazione, ripetizioni di sprint, un percorso di corsa progressivo fino ai volumi di una partita, simulazioni di gioco per ruolo. Nelle fonti sono descritti per il calcio professionistico, con strumenti di misurazione. Per una squadra giovanile o amatoriale sono un punto di partenza da concordare con il medico, non un protocollo pronto.

Il carico: né troppo poco, né a salti

Dixon e colleghi notano che il rapporto tra carico acuto e cronico, molto usato in squadra, funziona male durante la riabilitazione, perché il giocatore infortunato non ha un carico cronico con cui confrontarsi. Suggeriscono di costruirlo a partire dai dati pre-infortunio e dai carichi di corsa attuali, con progressioni a piccoli passi.

La revisione avverte anche contro i protocolli accelerati, che lasciano poco tempo al sovraccarico progressivo, e propone come ipotesi che un carico generale troppo basso possa predisporre a un nuovo infortunio.

La prima partita e le settimane dopo

Qui i dati citati dalla revisione sono i più concreti. Il rischio di infortuni non da contatto dopo il rientro è circa il doppio del normale all'inizio, e si dimezza dopo circa 25 giorni. Per gli infortuni gravi il rischio cresce nei primi dieci giorni e poi scende verso le quattro settimane. La prima partita dopo il ritorno all'allenamento comporta un rischio significativamente più alto.

In pratica, nelle prime settimane vale la pena controllare i minuti giocati, la distribuzione dei carichi e il recupero tra una gara e l'altra, invece di considerare chiusa la questione al primo rientro in gruppo. È un'indicazione che ricaviamo dai dati, non una prescrizione delle fonti.

Comunicazione tra staff, allenatore e giocatore

Un tema poco discusso, ma centrale nelle fonti: chi decide, e come lo dice agli altri. La revisione riporta che in uno studio l'80% delle squadre usava un processo decisionale condiviso, anche se il coinvolgimento cambiava a seconda della fase. Il rientro in partita è il momento in cui le gerarchie vengono messe più alla prova. Viene segnalata anche una mancanza di accordo tra giocatori e allenatori sulle decisioni di rientro, un aspetto ancora poco studiato.

Anche senza uno staff numeroso il principio vale: prima della seduta serve sapere cosa il giocatore può e non può fare, e dopo serve riferirlo a chi lo segue. Tenere traccia degli esercizi usati in ogni fase, su carta o con uno strumento come Drillory, permette di riproporre lo stesso percorso la volta successiva.

Cosa portare nella prossima seduta

  • Chiedi allo staff medico quali criteri il giocatore ha superato e quali restano da verificare.
  • Scegli esercizi con contrasto crescente: lavoro individuale, esercizio senza contatto, gioco ridotto, partitella completa.
  • Evita di concentrare sprint e accelerazioni nel primo giorno di lavoro con la squadra.
  • Pianifica la prima partita con minuti limitati e osserva il giocatore nei giorni seguenti.
  • Annota ogni passaggio: aiuta a decidere e a spiegare le scelte a giocatori e dirigenti.

Domande frequenti

Quando può tornare a giocare un giocatore dopo un infortunio muscolare?

Non esiste un tempo valido per tutti. Le revisioni indicano che la decisione si basa su più criteri (assenza di dolore, forza, prove sul campo, fiducia del giocatore) valutati da più figure. La durata dipende dalla gravità e dalla zona colpita.

L'assenza di dolore basta per il rientro?

No, secondo gli autori. È uno dei criteri più usati, ma va affiancato a test di forza e a prove specifiche di campo.

Quanto dura il periodo di rischio dopo il rientro?

La revisione di Dixon e colleghi riporta un rischio doppio all'inizio, dimezzato dopo circa 25 giorni. Nei casi gravi il rischio cala verso le quattro settimane. Sono dati sul calcio professionistico maschile: per le altre categorie mancano studi.

Fonti consultate

  • rientro dopo infortunio
  • prevenzione infortuni
  • carico di allenamento
  • preparazione atletica
  • metodologia
  • calcio senior

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